Can't Stop Writing ~ Be Who You Want vrs.

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Don't Close Your Eyes
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Autore:~BloodyInk~
Genere: Romantico/introspettivo
Rating:PG13
Fandom: Panik
Prefazione:La storia di un nuovo mondo, una scoperta. Perchè niente è come sembra e negli occhi di una persona potresti trovare tutto.
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Don't Close Your Eyes




Mi svegliai presto quella mattina, non perché credessi che sarebbe stata speciale o diversa, no, era stata una strana sensazione a costringermi ad aprire gli occhi.
Guardai l’orologio assonnata e sospirai.
Erano sono le tre del mattino, troppo presto per alzarsi, troppo tardi per bere qualcosa e lasciarsi andare tra le braccia di Morfeo.
Mi alzai lentamente, cercando di non fare troppo rumore o avrei svegliato mia madre, la donna dall’orecchio bionico; con un paio di pantaloncini e una maglietta senza maniche uscii in balcone.
L’aria fredda mi colpì facendomi rabbrividire.
Rimasi per un attimo a guardare le montagne nella luce soffusa del mattino. Cosa c’era al di là di esse? Le avevo guardate sin da piccola e solo in quel momento mi feci quella domanda.
Non c’era semplicemente la Svizzera, lo stato neutrale, no, c’era qualcosa di più, qualcosa che quella mattina mi catturò l’anima.
Continuai a guardare quei monti finché sentii un formicolio ai piedi, abbassai lo sguardo su di essi, li vidi blu e sorrisi, fino a quel momento avevo ignorato il freddo contatto della mia pelle con le mattonelle del balcone, ma i miei piedi reclamavano un po’ di caldo così rientrai.
Dalla finestra della cucina continuai a guardare l’orizzonte persa nei miei pensieri.
C’era forse la libertà dietro quelle montagne? C’era forse qualcosa che stando in Italia non avrei mai potuto provare?
In quel momento mi sentii impotente di fronte all’incertezza di me e di quello che mi circondava.
Furono le campane della chiesa a riportarmi alla realtà. Suonavano le tre e mezza.
Era passata mezzora senza che io me ne accorgessi.
Guardai l’orologio sulla parete per cercare conferma a quello che avevo appena sentito e nel vedere che non mi ero sbagliata, feci un altro lungo sospiro.
Spinta da una qualche forza, presi una sigaretta, uscii nuovamente sul balcone e la accesi.
Non avevo mai fumato e quella sigaretta bruciò per un attimo la mia gola, scuotendomi.
Non sapevo cosa mi spingesse a fumare, non avevo mai avuto voglia di provare a farlo, ma in quel momento mi fece sentire forte, libera.
Libera così come lo era il fumo che saliva verso il cielo.
In quel momento una macchina passò sotto casa, proseguendo lungo la strettoia e io la seguii con lo sguardo finchè non scomparve oltre la curva.
-Chissà dove sta andando? Verso qualcosa di migliore forse.-
Ma non mi illusi troppo, la mia vita era già stata troppo illusoria, per un’altra menzogna. -Semplicemente starà andando a lavorare.-
Spensi la sigaretta in un vaso lì accanto e rientrai.
Le quattro meno un quarto.
Il tempo sembrava rallentare.
Ogni minuto che passava mi avvicinava a quella data, ancora cinque ore e mezza ed io avrei compiuto diciotto anni.
-Diciotto anni buttati nel cesso.-
Pochi giorni prima avevo giurato che quella giornata sarebbe stata come tutte le altre, mi sarei alzata per andare a scuola, avrei seguito le lezioni e sarei tornata a casa.
Tutto come se non fosse il mio compleanno.
Odio festeggiare, ma ancor di più odio festeggiare i compleanni, ci divertiamo e ci facciamo le congratulazioni per aver vissuto un altro anno, per esserci avvicinati ancor di più al momento della nostra morte, che cosa assurda.
Non ci sarebbe stata alcuna sorpresa per quel giorno, nessuna.
Lo avevo deciso io.
Eppure sentivo qualcosa di strano dentro me.
La sensazione che qualcosa sarebbe successo, ma non riuscivo a capire cosa.
“Che succede?! Non ti senti bene?”
“No, mamma, tranquilla, avevo solo sete”dissi indicando la bottiglia d’acqua accanto a me.
“Dai, allora vai a letto, che ancora è presto!”
Senza dire niente andai in camera mia e mi coprii con il lenzuolo, ma non dormii.
Guardai le pareti della stanza: le mura erano tappezzate di fotografie, mie e delle mie amiche, c’erano poster dei miei gruppi preferiti e i miei disegni.
Era la camera di una ragazza normale, ma io non ero come le altre ragazze.
Ero parte di un mio mondo, parte di un gruppo di persone troppo fragili per mostrare il suo vero volto coperto da una perenne maschera di cera.
Senza accorgermene delle lacrime mi rigarono il volto.
Erano calde e bruciavano la mia pelle.
E pensando che stavo piangendo di nuovo, allo scoccare delle quattro e un quarto, mi riaddormentai.

Con la sensazione di essere osservata mi svegliai di colpo, sobbalzando.
Mio padre mi guardava dalla porta.
“ Svegliati, dai che se no facciamo tardi!”
-Niente auguri. Bene!-
Mi sedetti sul letto strofinandomi gli occhi, li riaprii e misi a fuoco la stanza.
Il silenzio che aveva invaso la casa quella mattina era scomparso, al suo posto c’era il rumore delle macchine, dei passi leggeri di mia madre sul pavimento, dello starnuto di mio padre.
Sconsolata per quella perfezione scomparsa, presi i vestiti e corsi in bagno a lavarmi.
Mi guardai allo specchio e non notai alcun cambiamento.
- L’avevo detto io che non cambia nulla avere diciassette anni o diciotto!-
Mi sistemai i capelli e mi misi la matita, non troppo marcata, giusto quello che bastava per mettere in risalto gli occhi.
Allacciai le scarpe e fui pronta.
Quando entrai in cucina mia madre, in ritardo come ogni mattina, si affrettava a prendere un pomodoro e una busta di prosciutto dal frigo come pranzo, mentre mio padre era tranquillamente seduto a tavola a soreseggiare il suo caffè.
I due si guardarono per quello che per me sembrò un attimo infinito e poi mia madre cercò di dire qualcosa, ma io la interruppi.
“Stamattina prendo il pullman!”
Presi la mia tracolla e corsi fuori di casa.
Perché mi ero comportata in quel modo? Non era da me.
Solitamente abbassavo gli occhi e ascoltavo, non facevo quello che mi dicevano di fare, ma li ascoltavo.
Avevo avuto di nuovo la stessa sensazione di quando nel cuore della notte mi ero svegliata.
Di nuovo la sensazione che qualcosa stesse per cambiare, ma cosa?
Il pullman era pieno di studenti quella mattina, la maggior parte di loro indossava jeans stretti e polo tendenti al rosa, secondo la moda del momento.
Io a confronto sembravo un corvo con i miei jeans neri e la mia maglietta a righe nere e rosse, i capelli scuri che mi cadevano sull’occhio destro coprendolo.
Sentivo i loro sguardi su di me, ma feci finta di niente, accesi l’mp3 e sulle note di “Leave out all the rest” mi isolai.
Le canzoni si susseguirono senza che me ne accorgessi e incominciai a giocare nervosamente con il piercing al labbro, presa nuovamente da un moto di insicurezza.
Fortunatamente arrivò presto la fermata alla quale dovevo scendere e in due minuti fui a scuola.
I ragazzi lì erano tutti figli di papà, tutti pieni di soldi e mi squadravano da capo a piedi.
-Esattamente come ogni mattina.-
“Ciao Giò!”la voce dello Japo mi arrivò dritta nella orecchie e sorrisi. “Auguri!”
Quell’ultima parola fece scomparire il sorriso dalle mie labbra e lui se ne accorse.
“Che succede?!”
“Niente! È solo che non mi piacciono i compleanni!”
Mi strinse a sé e rise, io lo guardai ed entrai in classe seguendolo.
La mattina trascorse lenta tra le ore di latino, greco e matematica, tra gli auguri dei miei compagni e le interrogazioni a tappeto.
E poi finalmente fui libera di andarmene, libera di gettare la maschera, libera di sentirmi me stessa.
Decisi di tornare a casa a piedi, non era lontano, due chilometri al massimo, mi sarebbe stato utile, avrei potuto lasciare la mente vagare in direzioni sconosciute.
Le strade erano affollate, in fondo era un venerdì pomeriggio di giugno e lì finché c’era il sole bisognava goderselo, non capitava spesso che i suoi raggi si spandessero sulla nostra città.
Non amavo camminare in mezzo alla gente, mi faceva sentire inadeguata, diversa, ma quel pomeriggio volevo perdere me stessa per evitare di pensare troppo al mio futuro e a quel mostro che sembrava crescere costantemente dentro di me.
Era angoscia pura, lo capii mentre attraversavo la strada, era l’angoscia che si avverte subito prima di un passo nel buio, ma io non stavo per affrontare nulla di nuovo, tutto sarebbe rimasto normale.
Era solo una mia sensazione.
Arrivai a casa all’una e mezza, mangiai un panino al volo ed accesi il PC.
Una magnifica foto di Amburgo mi accolse ed io sospirai.
Controllai la posta elettronica e, dopo aver fatto partire la musica, mi buttai sul letto.
Iniziai a sfogliare il diario di scuola, fermamente decisa a fare i compiti, ma mi bloccai non appena lessi la strofa di una canzone.

Ein neuer Tag beginnt
Eine neue Hoffnung
Ein erneutes Ende für mich



“Chi se ne frega dei compiti, ormai la scuola è finita!” lanciai in aria il diario e fissai il soffitto.
Non so per quanto rimasi in quella posizione, mi addormentai forse poco dopo o forse dopo due ore, non so dirlo, ma a svegliarmi fu il citofono.
Corsi ad aprire e guardai l’orologio.
Erano le sei e mezza.
Il giorno del mio compleanno era volato, soffiato via dal vento eppure quella sensazione di oppressione, di paura, non voleva abbandonarmi.
Fu solo quando mio padre entrò che capii che le cose non sarebbero andate come io avevo programmato.
Nascondeva una torta dietro la sua schiena, convinto che io non l’avessi vista entrò in cucina seguito da mia madre.
“Vi avevo detto che non volevo regali per il mio compleanno!”esordii.
“Noi...”
“Vi costa così tanto ascoltarmi una volta tanto?!”
“Noi volevamo farti una sorpresa! In fondo i diciotto anni si compiono una sola volta nella vita!”
“Si e anche i tredici, i quattordici e tutti gli altri! I diciotto anni sono come tutti gli altri! Non ti danno la possibilità di fare nulla di più! Si è sempre legati a delle stupide convinzioni, anzi forse lo si è legati di più di quando si è minorenni!”
Vidi il volto di mia madre rabbuiarsi e il silenzio cadde nella stanza, finchè mio padre non lo ruppe.
“Beh, ormai l’abbiamo comprata! Ne vuoi un pezzetto?!”
“No grazie!”
Uscendo dalla stanza lo sentii dire a mia madre che aveva avuto ragione lui, che io avrei apprezzato la torta.
Chiusi gli occhi ed entrai in camera mia cercando di fare chiarezza dentro me.
- In fondo cosa c’è di male nel festeggiare un compleanno?! È un anno in più di vita...forse dovrei guardare il lato positivo della cosa, sono sopravvissuta un anno di più!-
Ma il discorso non mi convinceva, erano solo parole che si susseguivano nella mia testa senza una reale convinzione.
Mia madre venne a chiamarmi poco più tardi per la cena ed io la seguii per il corridoio in silenzio ignorando quanto sarebbe successo poco dopo.

Edited by ~BloodyInk~ - 8/6/2009, 21:48



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Capitolo 2




Il silenzio che ci fu tra di noi quel giorno rese l’ambiente irreale, gli unici rumori che avvertii furono quelli delle auto che rallentavano sotto casa prima di immettersi nella strettoia e delle domande in uno stupido quiz televisivo condotto da qualcuno ancora più stupido del programma stesso.
I miei occhi erano fissi su un punto indistinto di fronte a me, una macchia sull’intonaco, circolare, perfettamente circolare. Cercavo di capire da dove provenisse quella perfezione, forse era stata casuale, o forse era solo una mia impressione.
Toccandomi leggermente il braccio destro mia madre mi riportò alla realtà, alla cena del mio diciottesimo compleanno.
Sulla tavola c’erano l’insalata e le cotolette, il pane e una bottiglia d’acqua naturale.
Mia madre odiava cucinare le pietanze fritte, ma sapeva che la cotoletta alla milanese era il mio piatto preferito e non aveva esitato a cucinarlo.
-Forse sono stata ingiusta poco fa, forse...-
Allungai il braccio verso il piatto e presi una di quelle cotolette, misi in bocca il primo boccone.
Era buona, cotta al punto giusto, non troppo oliosa, esattamente come la sapeva fare lei.
“Grazie” lo sussurrai incerta, sollevando gli occhi verso di lei, ma non rispose, forse non mi aveva sentita, anche se lo dubitavo, lei sentiva sempre qualsiasi cosa.
Sconsolata abbassai gli occhi nuovamente sul piatto e cercai alcuni argomenti per istaurare una conversazione, ma il nulla più totale sembrava albergare nella mia mente.
Certo le occhiate che i miei genitori si lanciavano non erano certo rassicuranti, forse erano proprio loro a volere quel silenzio che regnava sovrano nella stanza.
Nel guardare mia madre negli occhi la sensazione che era stata padrona di me per tutto il giorno tornò ad assalirmi ancora più forte.
Non finii nemmeno di mangiare, mi alzai e misi il piatto sporco nel lavabo della cucina, assieme alle posate e feci scorrere l’acqua.
Misi un piede fuori dalla cucina e mi voltai a guardarli.
-Perché non mi fermano? Perché non mi dicono qualcosa?-
Credo che i miei occhi abbiano parlato da soli, perché proprio in quell’istante mio padre mi chiese: “Allora sei sicura di non volere la torta? È al cioccolato, come piace a te!”mi stava supplicando di restare.
-Devo fare un passo indietro adesso e accettare, in fondo mi vogliono bene-
“Ok, ma ne mangio solo un pezzettino”
Il volto di mio padre si illuminò come non faceva da tempo, forse il loro compito, sganciare la bomba, dirmi la verità, sarebbe stato facilitato in quel modo.
Tornai a sedermi, ma non ripresi a mangiare, l’angoscia era troppo grande.
-Ma non so nemmeno cosa vogliono dirmi... devo stare calma, magari, magari sono io che ingigantisco la cosa, ma cosa sto ingigantendo, sto montando su una questione per niente, non so nemmeno cosa frulla nella loro testa, potrebbero anche dirmi che traslochiamo! Ma allora non avrei un’ansia così grande, sarei sollevata piuttosto, insomma non dovrei più stare in questa città di merda!-
“Giò tu prendi la torta nel frigo intanto...intanto io vado a prendere, la macchina fotografica, si...la macchina fotografica.”
Vidi mio padre scomparire al di là della soglia e tornare dieci minuti dopo con una busta.
Non era voluminosa, non era colorata come ogni bigliettino di compleanno che si rispetti.
Era semplicemente bianca.
La guardai sospettosa per alcuni secondi, poi afferrai il coltello e tagliai la torta.
“Allora la prima fetta va alla festeggiata, giusto?!-mio padre annuì ed io feci la prima fetta enorme, lasciandone soltanto un terzo per gli altri.- Questa è mia quindi?”
Non so come mi ritrovai a sorridere così, ero veramente felice, quella mattina non avrei mai detto che mi sarei divertita il giorno del mio diciottesimo compleanno.
In quegli attimi la tensione dentro me si sciolse e capii, tutto quello che avevo temuto quel giorno, tutto quello che mi aveva spinta ad alzarmi alle tre e a fumare la mia prima sigaretta era dentro quella candida busta.
Era lei il mio passo nel vuoto.
Tra le risate divisi equamente la torta e mi sedetti a mangiarla.
“Ma la macchina fotografica?!”
Mio padre sbiancò, poi sorrise nervosamente e alzò le spalle ridendo.
Mangiammo la torta in silenzio.
Un silenzio diverso, non cupo e carico di parole non dette e di timore.
Un silenzio armonico, calmo.
Guardai l’orologio sulla parete e sentii le campane suonare le otto e mezza.
“Giò, tieni...”
Allungai la mano verso la busta che reggeva mia madre e la afferrai, guardandola interrogativa.
La rigirai tra le mie mani, come se soltanto osservandola avessi potuto capire cosa conteneva.
Sentivo i loro sguardi su di me, mi bucavano la schiena, tremante alzai il piccolo triangolino della busta, un foglio rettangolare era dentro la busta.
Non avevo il coraggio di estrarlo.
Tirai il piercing dall’interno della bocca, cercando di trovare la forza per aprirlo, ma non la trovavo.
Alzai gli occhi per cercare l’approvazione dei miei genitori che arrivò con un cenno del capo.
Respirai profondamente, mi rilassai e senza guardarlo estrassi il cartoncino.
Quando i miei occhi caddero su una delle tante parole scritte su quel foglio, si riempirono di lacrime.
Il sogno, il mio sogno si sarebbe avverato.
Mi alzai e abbracciai prima mia madre e poi mio padre, entrambi sembravano felici, ma allo stesso tempo tristi.
La felicità che provai nello stringere in mano quel foglio fu incredibile, lo girai più volte tra le mie mani, incredula.
“Guarda che così lo consumi!” esclamò mio padre ridendo.
Io cercai di calmarmi, ma la cosa mi sembrava pressoché impossibile, stringevo nelle mie mani la possibilità di cambiare tutto, di lasciare la mia vita alle spalle e di ricominciare tutto da capo.
Esattamente come avevo desiderato.
“Allora ti piace?!”
“Si, mamma! Certo che mi piace, lo sai quanto io abbia desiderato visitare la Germania! Lo sai! Oh, mamma grazie!”
“Il fatto è che tu...tu ci hai sempre detto che avresti voluto stabilirti lì, trovare tutto quello che qui non potevi avere, solo che...”ma mia madre non seppe continuare.
“Solo che non potevamo permetterci più di due settimane del tuo viaggio e allora...”
“E allora sono felice così! Avete fatto tutto quello che potevate per me! Non sarei potuta essere più felice! Ho dei genitori fantastici, che hanno rinunciato a qualcosa per potermi dare qualcosa che desidero non potrei volere nulla di più adesso, nulla!”
Le lacrime avevano ripreso a bagnare il mio viso e tra la vista offuscata riuscii a distinguere le sagome dei mie genitori che si avvicinavano.
Sentii le loro braccia intorno al mio corpo e mi lasciai andare in un dolce abbraccio.
Ero a casa.
Sciogliendomi dall’abbraccio, supplicai a me stessa di smettere di piangere e di mostrare un sorriso.
“Allora, dov’è che vado di preciso?!”chiesi raggiante.
“C’è scritto tutto su quel foglio, per prima vedrai Monaco, poi Norimberga quindi ti sposterai a Berlino, farai un salto ad Amburgo e...”
“Hai detto Amburgo?!”in quel momento lanciai un urlo sovrumano, finalmente avrei calpestato il suolo della città le cui fotografie mi avevano stregato, le avrei scattata io stessa quelle foto, vivendo in prima persona quelle strade, smettendo di immaginare di camminare tra quei palazzi.
“Devo subito dirlo a...” mi incupii, il viaggio era solo per una persona, come glielo avrei detto che sarei partita da sola per la Germania e in più che sarei stata via per due settimane.
Mio padre capì tutto, strinse la mano sulla mia spalla e mi porse il telefono, ma io lo rifiutai, dovevo dirglielo di persona.
Così aprii la porta di casa ed uscii di corsa raggiunta dalle parole di mio padre “Stai attenta!”
Scesi le scale come un razzo e mi trovai a correre per la strada verso casa sua.
Mi fermai proprio davanti al portone del suo condominio, il dito sul pulsante accanto al suo nome sul citofono.
Presi un grande respiro e schiacciai il pulsante.
“Chi è?”
La sua voce mi giunse squillante nelle orecchie.
“Sono io Fede, scendi un attimo per favore?!”
“Un attimo e sono giù!”era preoccupata, lo avvertii dalla voce.
-Ok, adesso non la faccio parlare e le dico tutto in un botto...si, si, così sarà più facile!-
Presi fiato, pronta a parlare non appena avessi visto la sua faccia, ma non appena me la trovai davanti persi la capacità di parlare.
“Che ci fai qui a quest’ora?! Sei pazza? È successo qualcosa?”
“No, tranquilla...io...”
“No, non mi convinci, i tuoi ti hanno fatto gli auguri...”
“Si, ma non è quello...”
“Ti hanno comprato anche una torta, e dire che gli avevi espressamente detto di non volerla, io mi sono trattenuta, potevano farlo anche loro, diamine! Non è poi così difficile! Non ti ho nemmeno fatto gli auguri e guarda- tirò fuori il cellulare dalla tasca- ti ho pure scritto un SMS, ma non l’ho mandato...io mi...”
“PartoperduesettimaneperlaGermania!” lo dissi tutto d’un fiato, lasciandola con la bocca aperta e la frase a metà.
“Cosa?! Vai in Germania, davvero?!”esclamò non appena riuscì a riprendersi dallo shock-ma è stupendo! Fantastico! Quando parti?”
“Tra una settimana” risposi atona.
“Non mi dire che non sei contenta...”
“Si lo sono però...avevo promesso che ci sarei andata con te e adesso...”
Il suo abbraccio mi travolse inaspettato.
“Promettimi solo che starai attenta, che ti godrai tutto anche per me, che se incontri Tom Kaulitz...”
“Se lo incontrassi gli direi Ehi bello non chiudere gli occhi perché uno spettacolo del genere non lo rivedrai mai!”scoppiai a ridere dicendolo.
“Ehi, ma quella era la mia frase”fece finta di fare l’offesa.
“Giusto, dovrei dirgli Ehi carino sloggia, mi blocchi l’aria!”
Ripresi a ridere con Federica.
“Peccato che non spiccichi una parola di tedesco, come cavolo farai...”
“Esiste l’inglese apposta!”
Un silenzio imbarazzante scese tra di noi, ci guardammo in faccia e ci abbracciamo nuovamente.
“Ehi non piangere-esclamai nel sentire le sue lacrime sul mio collo- ci vedremo ancora prima della partenza e non starò mica via tanto!”
“Si, hai ragione, non mi libererò di te così in fretta!”
Risi, la salutai e tornai a casa con calma.
La pioggia iniziò a cadere leggera sulla città e su di me scortandomi a casa serena.
Stavo camminando verso l’ignoto, ma non ero mai stata così sicura di me come in quel momento.


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Edited by ~BloodyInk~ - 21/6/2009, 12:19



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Capitolo 3



Il viaggio in treno durò poco più di due ore, il paesaggio tedesco era cambiato notevolmente: le case erano diminuite, anche se comunque rimanevano tantissime, e la cappa grigia di smog che copriva Berlino sembrava essersi diradata almeno un po’.
Rimasi con la testa appoggiata al finestrino per cogliere ogni dettaglio che sfilava rapido davanti ai miei occhi mentre nella mia testa rimbombavano le note di Noir degli Shandon.
Mi sembrava di vivere un sogno e di rinascere.
Scesi dal vagone e mi fermai a guardare la stazione, non aveva nulla a che vedere con la fantastica stazione della capitale a più piani, ma per me tutto di Amburgo aveva un fascino maggiore.
Non so perché fosse così, ma il solo respirare l’aria di quella città mi fece sentire un’altra.
Trascinando il mio piccolo bagaglio verso l’uscita, adocchiai un taxi e vi salii, l’autista un signore anziano con dei lunghi baffi, mi sorrise e mi chiese dove desiderassi andare; quando glielo dissi fece una faccia stupefatta e mise in moto.
Poco dopo capii il perché della sua reazione, il mio hotel era situato vicino al quartiere St. Pauli, il quartiere a luci rosse della città.
-Se la mamma lo sapesse...- fu il primo pensiero che mi venne in mente nell’attraversare quella zona, ma poi sorrisi dell’ironia della sorte.
Quando finalmente il taxi si fermò pagai e scesi. Mi fermai un attimo a guardare la bettola davanti alla quale mi aveva lasciata e sulla mia faccia si dipinse una smorfia di disgusto: l’intonaco verde delle pareti era scrostato così come quello bianco della finestre, all’ingresso c’era dell’erba che cresceva incolta.
Mi feci forza ed entrai.
Il receptionist mi squadrò come a voler guardare sotto i miei vestiti e solo dopo aver visto la mia faccia infastidita mi diede la chiave della camera permettendomi così di salire al quarto piano a posare le mie cose.
“ Non è certo una reggia, ma mi devo accontentare!” esclamai subito dopo essere entrata nella stanza.
Buttai per terra il borsone con tutte le mie cose e mi sedetti sul letto guardandomi attorno: c’erano un armadio marrone ed accanto al letto un comodino dello stesso colore, curiosa aprii l’unico cassetto che aveva e vi trovai dentro una bibbia, ricalcai con le dita la scritta dorata sul dorso del libro e richiusi il cassetto.
L’aria fredda che entrava dalla piccola finestra della camera riusciva ad alleggerire l’odore di chiuso che vi albergava permettendo ai miei polmoni di respirare dell’aria pulita.
Mi alzai e diedi un’occhiata al piccolo bagno al quale si accedeva da una porta sulla destra, dopo aver appurato che le condizioni igieniche non erano così pessime, tornai in camera presi un paio di mutande, un asciugamano e un reggiseno e mi lavai.
Godendomi il massaggio naturale dell’acqua calda sulla mia pelle, pensai a tutto quello che avrei dovuto visitare nei giorni successivi e l’adrenalina incominciò a scorrere nelle mie vene.
Non potevo aspettare un minuto di più così uscii velocemente dal box della doccia e mi asciugai, indossai l’intimo ed tornai ad aprire il mio bagaglio tirandone fuori un paio di jeans neri stretti ed un po’ sbiaditi, un paio di calze ed una felpa che mi avrebbe protetto dal vento freddo che spirava ad Amburgo.
Dopo aver allacciato le mie all-star nere uscii dalla stanza portando con me solo qualche soldo, l’mp3 e il cellulare, e mi avventurai per le strade della città alla ricerca di un internet-point dal quale avrei potuto informare tutte le persone che volevano notizie del viaggio.
Dopo poco più di mezzora ne trovai uno, pagai per un’ora di connessione 10 euro e mi misi a scrivere le e-mail in tutta fretta.

"Ciao mamma, ciao Papà...
Io sto bene, non si può certo dire che qui ci sia caldo, ma in fondo me lo aspettavo, non sono mica ai tropici!
Il viaggio da Berlino ad Amburgo è stato piacevole, l’hotel in cui alloggio non è il massimo, ma in fondo ci devo trascorrere soltanto tre giorni!
Mangio e dormo abbastanza, mi sto divertendo tantissimo!
Vi voglio bene!”


Rilessi velocemente l’e-mail e la mandai.
-In fondo ho mentito a fin di bene, se solo la mamma sapesse dove alloggio in realtà le verrebbe un infarto! Se solo ripenso alle sue parole “ Non andare in posti strani e non dare confidenza a nessuno!”...- sorrisi e ripresi a scrivere.

“ Ciao Fede!
Sapessi come è bello qui! È proprio tutto come abbiamo immaginato, ricordi?!
Con tutti quei bellocci con i capelli biondi e gli occhi azzurri che mi camminano attorno e poi le città sono fantastiche!
Il centro di Monaco è spettacolare con il palazzo reale e quel fantastico Carillon! C’erano tanti di quei turisti a guardarlo! Poi ho visitato anche il BMW Museum, guarda, è incredibile, se ci fosse stato lo Japo sarebbe rimasto a bocca aperta!
Ma Berlino, Berlino è Berlino. Mi sentivo così felice quando sono arrivata davanti alla porta di Brandeburgo! Mi sono accorta solo allora di essere in Germania! Lo so sembra assurdo però...
Ed ora sono ad Amburgo, la città dei nostri sogni, quanto vorrei che tu fossi qui con me!
Sarebbe stato tutto così diverso se ci fossi stata anche tu!
Mi manchi tantissimo Fede!”



Inviai anche questa e-mail seguita da altre due e, allo scadere esatto dell’ora concessami, lasciai l’internet-point, vagai per le strade poco affollate guardandomi intorno beandomi nel sentire parlare il tedesco e non l’italiano.
Ad un certo punto mi fermai a guardare la vetrina di uno di quei negozi di elettronica enormi, uno di quelli con i grandi televisori esposti in vetrina, televisori che trammettono costantemente qualcosa.
Ad attirare la mia attenzione fu il viso di un ragazzo, o forse era una ragazza, non riuscii a capire bene, aguzzai gli occhi, ma poco dopo il video finì e mi trovai a guardare il video di una band che non avevo mai sentito nominare.
Panik, cercai nella mia memoria qualcosa che potesse ricordarmi di loro, ma non mi veniva in mente nulla.
Il ragazzo con il cappellino entrava in scena lanciando per terra una bottiglietta e fu quel gesto, di tutto il video a colpirmi, non la macchina nera che sfrecciava sulla strada, non il tatuaggio sul braccio del ragazzo, no, fu il lancio di quella bottiglietta.
Il video finì ed io rimasi imbambolata davanti a quella vetrina per diversi minuti ripensando a quel gesto, poi mi riscossi e decisi di tornare verso l’albergo.
Il vento si era alzato ancora più forte di prima ed io per ripararmi il collo mi alzai il cappuccio della felpa, accesi l’mp3 e lasciai che le canzoni facessero da colonna sonora al mio piccolo viaggio verso l’alloggio.
Pian piano raggiunsi delle strade più illuminate, dove erano già schierate delle prostitute pronte per il loro lavoro, decisi di affrettare il passo per raggiungere il più in fretta possibile la mia destinazione.
Sentivo su di me i loro sguardi, erano carichi di stupore alcuni anche di invidia forse per una libertà che loro non avevano. Ricambiai lo sguardo di quella che mi sembrò una bambina, non poteva avere più di 16 anni eppure era già sotto a quel lampione a guadagnarsi da vivere. Nei suoi occhi non riuscii a leggere niente, nemmeno la paura o lo sconforto e questo mi fece rabbrividire.
Sistemai meglio il cappuccio sulla mia testa come per sperare che potesse ripararmi meglio dal freddo, ma sapevo che niente in quel momento avrebbe potuto farlo.
Poco dopo superai quella strada e sentii dei passi seguirmi.
Una voce impastata diceva qualcosa ed io riuscii solo a capire “fermati!”, ma compresi, dal tono della sua voce e dal puzzo di alcool che raggiungeva le mie narici dalla distanza che ci separava, che quello che cercava era qualcuno con cui spassarsela
Senza pensarci due volte mi infilai in un bar dall’aspetto migliore di molti altri che avevo sorpassato e rimasi imbambolata all’ingresso non appena entrai.
Il barista mi squadrò sospetto e mi intimò qualcosa.
-Perché cazzo non h studiato il tedesco?!-
“Non capisco” risposi in inglese con voce insicura.
L’uomo continuò a parlare, ma io non capivo una sola parola di quello che stava dicendo, ma lui non sembrava accorgersene.
La situazione stava degenerando quando una voce giovane mi venne in soccorso.
“Aspetta, ci penso io”



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Capitolo 4



Mi svegliai con un cerchio alla testa, girandomi nel letto della mia camera d’albergo.
Mi misi a sedere di scatto.
“Come ci sono arrivata qui?! Non sarà stato tutto un sogno?!”ripensai alla sera prima, a quello che era successo o che almeno credevo fosse accaduto.


Per qualche istante sentii il suo sguardo su di me e non ebbi il coraggio di guardarlo, temevo mi volesse giudicare così come facevano tutti guardandomi.
Quando poi la strana sensazione di essere osservata scomparì, alzai la testa e mi soffermai su di lui: aveva la carnagione chiara, così come la maggior parte dei tedeschi; i suoi capelli erano neri, come la pece. Mi scoprii a domandarmi se fossero il suo colore naturale o se fossero stati tinti.
Scrollai la testa e tornai a concentrarmi sul ragazzo che mi si parava davanti, notai che mentre il barista muoveva freneticamente le mani gesticolando, lui rimaneva calmo, spiegando con voce pacata qualcosa che io non riuscivo a comprendere.
Dopo poco più di cinque minuti il barista grugnì qualcosa e il ragazzo si girò sorridendomi, io arrossii e calai il cappuccio della felpa, sotto il quale mi ero nascosta fino a quel momento, scoprendo i miei capelli scuri con riflessi viola.
“Grazie mille per l’aiuto, se non ci fossi stato tu...”dissi con il mio inglese scolastico.
“E di che?! Non ho fatto altro che parlare con lui...”
Mi incantai ad osservare i suoi profondi occhi azzurri convincendomi che non poteva avere cattive intenzioni un ragazzo la cui anima traspariva così nitida al primo sguardo.
“Scusa, sono una maleducata! Mi chiamo Giorgia!”
Lui mi guardò sorridente tendendomi la mano.
“Chris!”
Un attimo di silenzio calò tra di noi, riempito dalle risate delle altre persone presenti, io cominciai a torturarmi il piercing così come facevo ogni volta che mi sentivo in imbarazzo.
-Chissà cosa sta pensando adesso su di me?! Vorrei proprio saperlo, anzi no! Per una volta vorrei che non stesse pensando nulla...-
Abbassai lo sguardo incerta, dove era finita la ragazza risoluta che era partita dall’Italia?! Dove era andata a finire tutta la mia determinazione?!
“Senti, che ne dici di venire di là con me?! Ti faccio conoscere un po’ di gente e magari mi dici che ci fa una bella ragazza come te da queste parti...”
Arrossì nel sentire le sue parole e dopo aver annuito lo seguii verso un tavolo nell’angolo opposto del locale: rimasi per un attimo a guardare le luci blu al neon che, dal pavimento, emanavano una luce soffusa che illuminava il bar, i tavolini erano rotondi, gli sgabelli erano ricoperti da una plastica blu, intonata alle luci, i posti più vicini al muro invece avevano come sedili delle panche, anch’esse ricoperte da plastica azzurra. Ed è proprio verso un tavolo con delle panche che mi stava conducendo Chris.
-Chissà chi è?! E perché mi ha aiutata...insomma poteva semplicemente farsi i fatti suoi, così come io mi sarei fatta i miei...- Scacciai dalla mia mente questi pensieri, che in quel momento sembravano essere così importanti, e mi concentrai sui ragazzi seduti all’angolo: uno di loro era biondo, i capelli lisci gli cadevano leggeri sopra all’occhio destro, indossava una felpa grigio scuro che faceva risaltare la sua carnagione; al suo fianco si trovava un ragazzo che a me parve praticamente identico a Chris, solo che aveva i capelli leggermente più lunghi.
Guardai il mio salvatore per un attimo e poi tornai a guardare il ragazzo, mi convinsi pian piano, avvicinandomi, che non erano poi così uguali, la forma del viso era diversa, così come il taglio degli occhi. Al tavolo era seduto un altro ragazzo anche lui con gli occhi azzurri, mentre aveva i capelli castano chiaro, un taglio che in quel momento definii strano e le guance leggermente incavate.
Arrivata davanti a loro li sentii esclamare qualcosa, ma non saprei dire cosa visto che non capivo una sola parola di quello che stavano dicendo.
Mi voltai verso Chris con sguardo interrogativo e lui scoppiò a ridere.
“Scusa, dimenticavo che non parli il tedesco, be’ a quanto pare, come dire, ti trovano molto carina...”
Alzai il sopracciglio sicura che mi stesse nascondendo qualcosa, dal modo in cui avevano guardato prima lui e poi me, avevo capito che in realtà avevano detto qualcosa di più.
“E...?!””chiesi, mentre dal suo volto sembrava non scomparire mai il sorriso.
“E, niente...- leggermente in imbarazzo si girò dicendo prima qualcosa ai suoi amici e poi aggiungendo- te li presento: lui è Juri”
Indicò il ragazzo biondo che mi sorrise dicendo: “Hi!”
“Questo invece è David! E Lui è Franky!”
Immagazzinai nella mia mente i loro nomi.
Nei loro volti c’era qualcosa di familiare, ma non riuscivo a capire cosa, ero sicura di averli già visti da qualche parte, ma dove?!
Immersa tra i miei pensieri sentii debole la voce di Chris che parlava con gli altri.
“Dove sono Jan e Timo?!”
Sorridendo mi sedetti tra Franky e Chris che, dopo avermi offerto da bere, incominciò a farmi mille domande.
“Non sei inglese, vero?!”
“Fa veramente schifo il mio inglese, non è vero?!” Esclamai smettendo di sorseggiare la birra e guardandolo negli occhi.
Lui scoppiò a ridere seguito da Franky e dagli altri.
“ Non dire così, ti manca l’accento, tutto qui...”
“Vengo da una città vicino a Milano, in Italia.”
Juri si illuminò e solo in seguito riuscii a capire il perché.
“Bel paese l’Italia...”
“Beh non saprei, c’è di meglio” sussurrai in italiano, lasciando i ragazzi con uno sguardo interrogativo.
“E perché sei qui?!”
“Beh stavo camminando e...”iniziai con tono ironico.
“Intende qui ad Amburgo...” chiarì Franky.
“Sono qui in vacanza, tour della Germania, due giorni qui, due lì... sto girando un po’...”
Senza rendermene conto chiacchierammo per quasi mezzora, mentre la mia birra sembrava non finire mai.
“Scusate, ho bisogno di un attimo d’aria.” Dissi alzandomi.
Per un attimo la stanza girò attorno a me, dovetti chiudere gli occhi e appoggiare una mano sul tavolo per non perdere l’equilibrio.
“Aspetta ti accompagno...”esclamò Franky mettendomi una mano intorno alla vita per evitare che cadessi.
“Grazie!”
Una volta fuori, nel retro del locale, andò un po’ meglio, l’aria fredda mi colpì il viso risvegliandomi e rinfrescandomi le idee.
-Oddio! Non ricordo l’ultima volta che ho bevuto così tanto! Però, mi ci è voluto!-
Mi appoggiai al muro alzando gli occhi al cielo e quando mi voltai verso Franky era scomparso. Strabuzzai gli occhi, forse l’alcool mi aveva dato alla testa ed in realtà era accanto a me, ma quando riaprii gli occhi la seconda volta lui non c’era.
“Ma dove cazzo...?”
In quel momento mi sentii toccare una spalla e mi voltai di scatto, trovandomi davanti Franky con due ragazzi i cui volti non riuscivo a distinguere.
Uno di loro tirò fuori un pacchetto di sigarette e, non appena fu colpito dalla luce, notai che aveva gli occhi azzurri e un corto pizzetto biondo.
“Posso?!” Chiesi in inglese.
Lui annuì sorridendo porgendomi una sigaretta, frugò nelle tasche dei suoi larghi pantaloni di jeans, ne estrasse un accendino e allungò il braccio accendendomi la sigaretta.
“Giorgia! Piacere!” esclamai dopo aver aspirato una prima volta.
“Jan...”
Mi voltai verso il ragazzo che ancora non conoscevo, che era rimasto all’ombra, cercando un contatto; non appena lo ottenni rimasi paralizzata.
Lui era davanti a me.
Mi riscossi, rompendo il gioco di sguardi che ci aveva legato, buttai la sigaretta e rientrai.




Incrociai le gambe sul letto e toccai qualcosa.
“No, direi che non è stato un sogno...”



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view post Posted on 9/10/2009, 17:44Quote
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Capitolo 5





Lasciai che l'acqua scorresse tiepida sul mio corpo.
Desideravo un po' di sollievo per quel cerchio alla testa, ma sembrava che nemmeno il tepore dell'acqua riuscisse ad alleviarlo.
Per un attimo chiusi gli occhi cercando di ricordare come lui fosse finito nel mio letto, ma proprio non ci riuscivo: avevo in mente solo la scena sul retro del locale e dell'altra birra che veniva versata copiosa nel mio bicchiere e nient'altro.
-Che squallore- pensai riaprendo gli occhi- non riesco nemmeno a reggere un po' di birra.
Sospirando arrestai il flusso dell'acqua e mi coprii con un asciugamano.
Per un breve istante cercai di dimenticare la sera precedente ed il risveglio traumatico, ma allo stesso tempo dolce di quella mattina.
Indossai la biancheria intima, un paio di jeans scuri, un maglione nero a righe e le DC Graffik nere e bianche comprate poco prima di partire.
Guardandomi allo specchio sistemai alla meno peggio i capelli bagnati e contornai i miei occhi scuri con un leggero, ma non troppo, tocco di matita.
"Hallo"
Ci misi qualche secondo per rendermi conto che era stato lui a parlare, mentre ancora il mio cuore cercava di riprendere a battere regolarmente, a fatica, mi sforzai di sorridere.
"Ciao!"
Aprii il mio borsone sotto il suo sguardo curioso, chissà cosa si aspettava che ci nascondessi dentro, un morto forse?Fingendo di non accorgermi di lui continuai incurante a sistemare le mie cose all'interno, riposi prima la biancheria sporca in un sacchetto e poi piegai accuratamente l'asciugamano e, ancora un po' umido lo posai sul letto.
Solo allora mi accorsi che stava ascoltando la musica del mio mp3 con una cuffia sola.
Lo fissai per qualche minuto e lui se ne accorse.
Sollevò il suo viso ancora da adolescente e sorrise nuovamente.
"You know us! You lied yesterday in the bar!" non sembrava arrabbiato, piuttosto divertito, ma proprio non riuscivo a capire a cosa si riferisse.
"What are you talking about! I can't understand!"
Per tutta risposta si alzò dal letto sul quale era seduto, mi scostò dolcemente una ciocca di capelli dall'orecchio e vi pose un auricolare.
Al suo tocco rabbrividii e forse le mie guance si tinsero leggermente di rosso, ma feci finta di niente, calmandomi pian piano che le note di Ein Neuer Tag mi invasero l'orecchio.
"Do you understand now?"
Rimasi senza parole per un attimo, cercando ancora una volta di capire; afferrai l'mp3 che stringeva tra le mani e lessi il nome sul display: Nevada Tan.
-Un attimo, ieri sul quella TV c'era scritto Panik, qui c'è scritto Nevada...Oh cavolo! Non può essere, devono per forza aver cambiato nome! Oh perchè non mi documento mai sui gruppi che ascolto per caso! Cazzo! Ho proprio fatto la parte di una ragazzina scema ed imbecille! Chissà che cosa penserà di me adesso!-
"Oh...you guys were Nevada Tan and now you are Panik...I really ignore it...Well you play very...well!" scoppiai a ridere per la sua faccia sbalordita seguita poco dopo da lui.
"Danke" fu un semplice sussurro, ma lo percepii senza difficoltà, ma non fu l'unica cosa che mi colpì: in quell'esatto momento divenne più allegro, come se fosse felice di parlare con qualcuno che non li conoscesse.
I suoi occhi brillarono per qualche istante mentre si fissavano sui miei.
Rimasi nuovamente incantata dal suo viso proprio come era successo quando una mezzora prima mi ero svegliata ed ero rimasta a guardare il suo petto muoversi ritmicamente sotto alle coperte, ad osservare il suo viso disteso mentre dormiva tranquillo.
Sembrava che i suoi occhi volessero parlarmi di mille e mille cose, sembrava volessero trasmettermi intense emozioni, ma allo stesso tempo sembrava volessero solo incantarmi.
Non so dire per quanto rimasimo in quell'assurda posizione che variava impercettibilmente al variare dei secondi, so solo che quando i nostri nasi si stavano per toccare il mio cellulare squillò ed una risata invase l'aria facendoci sobbalzare.
Imbarazzati ci allontanammo, mentre le note di Feel Good dei Gorillaz invasero l'aria.
Guardai perplessa il numero sul display.
-Numero Privato-
"Pronto?"
"Gio ciao!!! Come stai?! Tutto bene?! Ho convinto mia madre! Ce l'ho fatta ti ho chiamata!!!"
Il cuore mi balzò in gola, non sentivo la sua voce da parecchi giorni e sentirla felice mi fece sorridere benevola.
"Ciao Fede!! Oddio come stai?! Non sai quanto sono felice! "
"Chissene frega di come sto io! Com'è Amburgo! E non credere che la mail mi abbia soddisfatta! racconta! Dai!!"
Persa in una descrizione accurata di ogni minimo particolare, quasi mi dimenticai che Timo era nella mia stanza, ma lui subito mi ricordò della sua presenza toccandomi un braccio e chiedendomi con lo sguardo di sedermi accanto a lui.
-Che vorrà?! uhm...vuole forse origliare...no, impossibile non capirebbe un accidenti di italiano, ma allora?!- mentalmente feci spallucce e mi accomodai accanto a lui che avvicinò il suo orecchio al mio cellulare.
In un istante cliccai il tasto del vivavoce e spostai il telefono davanti a noi.
Lui rimase sorpreso dal mio gesto, come daltronde lo fui io.
-Perchè diamine mi sto comportando così?! Non è da me...- sospirai e Federica se ne accorse.
"Ehi Gio, tutto bene?!"
"Si Fede, non è nulla...sono solo un po' stanca! Ma è normale sono in viaggio da quanto?! Una settimana?! Mi manchi tantissimo!"
"Ehi picci mi manchi anche tu! Però è meglio se chiudiamo qui se no una di noi scoppia a piangere!"
Mi lasciai sfuggire una risata e dopo averla saluta chiusi la chiamata.
"Who is she?"
"My best friend!"
"Oh, I see..."
Un attimo di silenzio cadde tra di noi e poi mi decisi a porgli quella domanda che tanto fino ad allora mi aveva assillato.
"How...wait...Why are you here in my room?"




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4 replies since 8/6/2009, 20:25
 

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