 Vieni con me, passa al lato oscuro della forza. •••••• Group: Moderatori GlobaliPosts: 994 Status:  | |
| Una'ltra One Shot molto vecchia, ma che mi aveva lasciata pacatamente soddisfatta. Diciamo che era stata una specie di risposta a una tipa che affermava che il twincest fosse sempre volgare, disgustoso, zuccheroso, banale e pieno di scene di sesso spinto (ò_ò) Bhe, questa non è così. Avanti, la pubblico, ma mi aspetto una valanga di critiche costruttive u_u *sese* Autrice: Ryo Genere: Drammatico Fandom: Tokio Hotel (ma completamente estrapolato dal contesto) Rating: PG13 Avvertenze: vago accenno slash Note: questa one shot è solo ipoteticamente a sfondo omosessuale, infatti non ci sono accenni diretti a niente del genere e può essere interpèretata in diversi modi. Commenti: H E R ENevica Febbre.Parte Prima Caldo e Freddo.
Pochi secondi, istanti. Faceva freddo. Cadeva la neve. Uno, due, tre fiocchi di ghiaccio, una bufera. Cadeva la neve. Faceva freddo e Bill cercava di combatterlo stringendosi un po’ di più al cuscino polveroso del divano. Bagliori di fuoco portatore di sonno, ma necessario, proiettavano ombre lunghissime sulle pareti di legno e pietra: faceva troppo freddo. «Non vieni a letto?» suo fratello stava in piedi alle sue spalle, appoggiato con il fianco destro allo stipite della porta che faceva da accesso alle camere da letto. Le camere erano due, ma solo una veniva utilizzata. Anche il bagno era unico anche se, grazie a Dio, loro avevano abitudini molto diverse per quanto riguardava la doccia, per cui uno la faceva alla sera e l’altro alla mattina. Il rasta indossava una felpa bianca foderata di pelo che gli ricadeva morbida fino alle ginocchia; era bello nella luce gialla e baluginante, in quella luce che a Bill pareva estremamente fredda. “Impuro. Peccatore. Mostro.” Si costrinse a rispondere: «No, non ho sonno.» nonostante ogni sillaba fosse un invito a vomitare. Se fosse andato a dormire sarebbe riuscito a non entrare nel letto di Tom? No, non lo credeva più possibile, non riteneva più possibile autocontrollarsi. Si faceva schifo. “Mostro. Peccatore. Impuro.” «Ehi… tutto ok?» Tom si lasciò cadere sul divano, pesantemente; lo guardava in quel modo tutto particolare dedicato a lui… La fortuna di Bill stava anche in questo: Tom aveva due versioni di ogni cosa, una per Bill e una per il resto del mondo. «Si, è tutto ok.» si strinse ancora di più al cuscino e vi affondò mento e ginocchia, accovacciandosi per scacciare quel gelo orrendo. Mentire era sempre così difficile e lo faceva sentire in colpa. «Sei un pessimo bugiardo, fratellino.» «Tu invece sei un OTTIMO bugiardo… fratellone.» Bill mise in quelle parole tutto il veleno possibile; lo sguardo che lanciò a Tom era proprio uno di quelli che “dicono tutto”. Faceva freddo. Cadeva la neve. Gelava la stanza. «Sono due giorni che siamo bloccati qui e… sembri cambiato.» Tante cose cambiavano, continuamente, in successione, incontrollatamente, ogni istante. Bill credeva che sarebbe impazzito di quel passo, lo credeva da sempre. Ed ecco che i suoi fantasmi erano tornati a trovarlo, più violentemente che mai. «…» «Si può sapere che cosa ti prende? Si può sapere cosa ti manca, cosa vuoi, Bill? Non sopporto di vederti così…» Rimanere solo con lui era tutto ciò che voleva e tutto ciò che aborriva. Stava ufficialmente diventando pazzo. «…» «Dimmi cosa posso fare per farmi perdonare, qualunque cosa abbia fatto…» «Vattene Tom.» «Cosa?» «Vattene. Ora.» “Non capisci Tom? Davvero non capisci?” Bill osservò le sue labbra muoversi. Calde. “Impuro.” Guardò i suoi occhi diventare torbidi, offuscati, confusi. Belli. “Pervertito.” Le mani di Tom si avvicinarono al suo viso, il loro innaturale calore si fece quasi elettrico. Toccami, ti prego. “MOSTRO!” «No!»
{ Bill } Dopo aver urlato, mi scansai. Voleva solo accarezzarmi, ma era ciò che IO desideravo a terrorizzarmi. Tom tornò ad appoggiare la schiena al divano, gli battevano i denti: il gelo cominciava ad impossessarsi anche della sua anima. Il gelo vinceva sempre. Aleggiava un vago odore di biscotti nella stanza, strani biscotti allo zenzero che avevamo trovato in cucina in una credenza verde mezza abbandonata. Avevamo scaldato dell’acqua e fatto un thé: era buono ma a Tom non era piaciuto, lui preferiva gli hamburgers, peccato non ci fossero Mc Donald’s nella zona. Scossi la testa debolmente, come per cacciare tutti i pensieri che, dopo avermi tormentato alla vista di Tom, tornavano da me ancora e ancora senza posa. «Bill… non so cosa tu abbia, ma fattelo passare, ti prego… io ho bisogno di te. Non lasciarmi solo, io ho bisogno di un fratello, anche se forse non te lo dimostro abbastanza…» Rimase in attesa di una risposta che non arrivò, che mai sarebbe potuta arrivare. Per sua stessa ammissione, Tom aveva bisogno di un fratello. Io non potevo più essere solo un fratello. Non aveva più bisogno di me…
{ Tom } Mi svegliai che era ancora notte fonda. Faceva caldo. Lui era caldo. Riconobbi mio fratello dal profumo dei suoi capelli: con tutta la robaccia chimica che ci metteva, annusarli comportava uno stordimento pressoché istantaneo. Amavo quello stordimento come un drogato ama la sua dose e la odia allo stesso tempo. Ero consapevole che fosse un profumo dannoso per svariati motivi, eppure non potevo fare a meno di nutrirmene. Bill mi abbracciava e potevo percepire un alone umido dove la sua bocca addormentata e dischiusa veniva a contatto con la maglietta XL che indossavo. «Ma cosa ti prende?» sussurrai, scostandogli dagli occhi un ciuffo di capelli decolorati, sfuggenti. Andava, veniva, mi respingeva, mi cercava. Asciugai con il pollice una gocciolina di saliva al lato della sua bocca, mi faceva tenerezza. “Mi odi o mi ami?” Nonostante non mi avesse sentito, le sue labbra gonfie di sonno ebbero un fremito. «Tom… mmm…» non capivo se dormisse ancora o se fosse sveglio «…sei caldo…» “Mi ami.” Lo avvolsi con tutta l’ampiezza del mio abbraccio, non che ci volesse molto: era magro più del solito, forse a causa della febbre dei giorni precedenti. Bill in tutta risposta si rannicchiò contro il mio petto, tra le mie gambe. Deglutii a vuoto. “Mi ami.” «Credevo… che volessi… che volessi restare solo…» «Era troppo fredda la notte.» Faceva caldo. La sua fronte mi premeva contro gli addominali, le sue mani si aggrappavano con veemenza alla mia maglia. Piangeva. Mi sentii una merda: non potevo fare assolutamente niente, non potevo nemmeno consolarlo, perché non sapevo cosa lo affliggesse. Anche se i miei sospetti li avevo, non era il caso di esternare un’ipotesi tanto peccaminosa. «Sei tu a cercare il freddo… perché lo fai? La vita può essere così calda…» gli sussurrai, pregando. Con Bill era impossibile dire la cosa giusta, perché era impossibile capire qualcosa dei suoi pensieri anche guardandolo negli occhi. Evidentemente sbagliai. Come una furia, cominciò a tempestare di piccoli pugni il mio torace implorando, piangendo, urlando quasi. Colpiva ora gli addominali, contratti dallo sforzo di sorreggere il suo peso e respirare contemporaneamente, ora i pettorali e il costato. Lo sentivo sussurrare con rabbia incontenibile: «Mostro… mostro… mostro…» Strinsi un po’ di più il mio corpo contro il suo: volevo che smettesse, ma non che si allontanasse. “Mi odi…” «Mostro!» Gridando ciò mi spinse giù dal letto, dal mio letto. Improvvisamente riscoprii il gelo del pavimento nudo e liscio. L’aria si fece irrespirabile, sospesa. Un peso mi schiacciò dall’interno. Soffrii. «è questo che sono per te… Un mostro?» “Mi odi.” Non capivo, non riuscivo. Cosa gli avevo fatto? Cosa mi rendeva tanto intollerabile a mio fratello? Strisciai fino al bordo del materasso, issandomi sulle braccia: la parte inferiore del mio corpo non voleva saperne di muoversi, il peso si spostava con rapidità verso lo stomaco. «Ok Bill, non rispondere… cazzo, non mi interessa.» Sapevamo entrambi che non era vero. «…» «è un mostro che vuoi? Ok, lo avrai.» mi avvicinai improvvisamente a lui, così, senza nessun preavviso, urlando: «Bhoo!» Fui così vicino a lui che mi soffermai a scrutare quegli occhi color ambra, così gonfi di lacrime, paura e sonno da terrorizzarmi. Il mio urlare lo fece ritrarre verso l’altro lato del letto. “Mi odi.” «Sei incredibilmente stupido, Tom!» «Ah… oltre a mostro sono anche stupido…» «Si! Sei cieco… Tu non vedi…» «Cosa non vedo? Cosa Bill? Aiutami a capirti!» «…» «…» «Non sei tu il mostro… non capisci? Sono io.» La supplica che si poteva facilmente leggere tra le sue righe mi fece desistere dal vendicarmi di tutte le pietre che mi scagliava contro da qualche giorno a quella parte. Lo guardai semplicemente, uno sguardo dedicato solo a lui che per me era la cosa più importante al mondo. Uno sguardo per i suoi capelli castano scuro, per le sue ciglia appiccicose di mascara, per le sue labbra così fottutamente carnose e uguali alle mie. «Scusa.» bisbigliai salendo sul letto con lentezza, movimenti pesanti. Temevo mi avrebbe respinto con violenza come tutte le volte precedenti, eppure, quando portai le mani al suo volto e le mie labbra sfiorarono dolcemente il suo zigomo destro, lui non si mosse. Pareva una sfinge, lo sguardo perso chissà dove, il respiro quasi inesistente. «Mi ami… anche io ti amo.» delicatamente sussurrai. L'amore fraterno era più forte di qualsiasi altro sentimento.
Parte Seconda Febbre.
-flashback- Tom aveva già trascinato tre valigie dal taxi all’ingresso della baita e ancora ne restava una, tuttavia conosceva suo fratello da abbastanza tempo da non esserne sorpreso. «Bill muoviti! Il taxi non può stare lì in eterno… dai scendi!» gridò, osservando a sagoma di suo fratello, ancora barricato nella macchina. «Bill!» Non rispondeva. Tom mollò di colpo la valigia, che cadde con un tonfo sul viale innevato, e corse verso il taxi. Con uno scatto aprì la portiera e si trovò con il viso a pochi millimetri da quello del fratello. «Bill stai bene? Perché non rispondi?» «Sto… bene Tom…» «Ok, allora vieni…» «No… Tom, non posso… no…» Tom non capiva. Erano bloccati nella neve e ciò che David aveva detto loro di fare era semplicemente di fermarsi in quella baita che aveva prenotato per loro, scaricare le valigie e stare lì fino al termine della tormenta. «Che ti prende?» Bill ebbe un mancamento e suo fratello dovette portarlo in braccio dentro la casa, solo dopo aver pagato il taxista, che ripartì bestemmiando.
{ Tom } Posai il corpo svenuto di Bill sul letto. Era estremamente pallido e scottava, supposi che avesse la febbre. Gli domandai più volte cosa avesse, ma lui non accennava a svegliarsi, così presi atto della situazione e andai in cucina per esaminare la dispensa. «Ci dovrebbe essere cibo a sufficienza per qualche giorno, al massimo ci saranno dei biscotti, della polenta o qualche patata. Ve la caverete.» Così mi aveva detto Jost, al telefono. Bhè, “dovrebbe” era la parola chiave della frase. Trovai un pacchetto di caffè, dei biscotti e una scatola di thé. Presi il caffè e misi la caffettiera sul fuoco. Odore di tostato e gas mescolati si diffuse presto nella baita. I vetri erano bianchi di ghiaccio ed ero preoccupato per mio fratello: tremava dalla testa ai piedi. «David rispondi, cristo!» Bip-bip-bip-bip. Era occupato ancora, il che mi fece venire il sospetto che non ci fosse affatto campo dove ci trovavamo. Ripensai con un pizzico di nostalgia al tour bus e a Georg e Gustav, i nostri amici e compagni che in quel momento si trovavano già in viaggio per Dortmund. «To-oom.» Mi sentii chiamare dalla camera da letto e mi ci precipitai, dimenticando la caffettiera sul fornello. «Ehi! Ti sei svegliato finalmente! Per fortuna… come stai?» Lui mi guardò confuso per qualche istante. «Tom, dove siamo? Devo parlare con Georg…» «Ma… Bill siamo nella baita, ricordi? Georg e Gustav non sono qui.» «No, no, no, non qui, non con te… no!» Sembrava agitato, così provai a calmarlo posandogli le mani sulle spalle e portandogli il viso al mio petto, ma lui reagì con violenza, cacciandomi via con una spinta. Non so cosa mi prese, ma la prima cosa che mi parve giusto fare fu tirargli uno schiaffo. Poi lo baciai. Sulla fronte. «Va tutto bene.» Lui riprese a respirare con naturalezza, poi annuì chiudendo gli occhi. In tutto ciò mi ero scordato del caffè che, ovviamente, bruciò.
{ Bill } Rabbrividivo nel letto, ma non ero mai solo: Tom vegliava con me. Odore di caffè bruciato aleggiava nella stanza e ghiacciava nel mio petto ad ogni respiro. Ripensai alla tormenta di neve che ci aveva sorpresi lungo la via di ritorno dall’aereoporto, avevamo appena concluso il nostro periodo di vacanza tra gemelli. Erano stati i dieci giorni più difficili della mia vita, ma anche i più belli… ed ecco che la parte dolorosa stava iniziando. … -flashback- Tom, Tom con i suoi difetti, Tom con il suo sorriso, Tom con la sua luce. Tom. Non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, nemmeno per un istante. L’infinito specchio di acqua turchina e salmastra luccicava sotto il sole del tramonto e Tom faceva lo stesso. Bill deglutiva a vuoto sempre più spesso, quella sera, chiedendosi come fosse possibile che una cosa così naturale potesse essere anche così sbagliata. Cosa poteva esserci di più ovvio di abbracciare il proprio fratello? Cosa poteva essere più automatico del respirarne il profumo e amarne la carne? Chi poteva avere più diritto a desiderarlo o viverlo se non Bill stesso? No, tutto ciò che stava capitando dentro di lui non poteva che essere giusto, anche se il suo desiderio fosse stato puramente platonico, quale già era. Bill sospirò e si avvicinò al corpo del fratello, ne sfiorò con la punta delle dita affusolate gli addominali e pregò. Pregò con tutto sé stesso affinché lui non si svegliasse nel tepore dell’ultima luce, affinché non venisse turbato dal desiderio dell’altro. Ma ciò che Bill non sapeva era che Tom riposava ad occhi socchiusi, godendosi quelle carezze e quei tocchi così delicati e proibiti da risultare quasi eccitanti… e non c’era posto al mondo migliore di quello, né migliore compagnia, per lui. L’amore forse non è cieco ma è senz’altro stupido, irresponsabile e avventato, e Tom era deciso a rendergli onore… incesto era solo una parola, ciò che due fratelli potevano provare l’uno per l’altro non era descrivibile nemmeno con mille, un milione di libri. … Mi riscossi e cercai di concentrarmi sul presente anziché sul passato. E il futuro incombeva come una nube scura e carica di neve e ghiaccio. In pochi secondi mi ritrovai stretto nell’abbraccio di Tom che, a torso nudo, giaceva avvolto tra le ingombranti coperte assieme a me. Posò le labbra piene sul mio collo e stette così, immobile, immerso nel proprio respiro per alcuni minuti, poi si rivolse a me: «Se credi nel destino… allora credi anche in un questa notte… io e te dovremmo parlare.» «Cos’ha questa notte che le altre non avevano?» «Niente…» «Allora?» «Siamo qui, soli, per una coincidenza?» «Definiscimi una coincidenza.» «Coincidenza è quando una cosa capita senza un motivo particolare… casualmente…» «Secondo te siamo fratelli per caso?» Tom tacque. Avremmo dovuto osare oltre, quella notte, ne ero certo e lo sono tutt'ora… però non accadde. Non so perché, forse perché sarebbe stato troppo facile, forse perché avevo paura che Tom lo avrebbe fatto per gioco, forse perché anche io lo avrei fatto per gioco, forse proprio perché nessuno dei due avrebbe giocato. Oppure perché faceva troppo freddo. Dentro di me. Dentro il mio cuore. Un freddo non neutralizzabile. E t e r n o.
{ Tom } Non pretendevo nulla da lui, forse solo un po’ di collaborazione in più. Aveva la febbre, tremava e mi insultava continuamente… eppure lo abbracciavo, per fargli sentire calore, gli sussurravo nelle orecchie perché comprendesse di non essere solo. Tutto vano. Finché non avesse abbattuto il muro attorno a lui, sarebbe sempre stato solo. Mi misi a sedere sul letto a gambe incrociate e mi presi la testa tra le mani. Non piansi, non ne avevo voglia e nemmeno la forza: Bill era già abbastanza disperato per entrambi. «Perdonami Tom…» Gridò, in lacrime. Volevo chiedergli per cosa dovessi perdonarlo esattamente ma non lo feci, mi limitai a restare immobile, come una statua. Questo gli fece ancora più male: sapevo che era una primadonna. «Guardami Tom!» Non feci nulla. «Guardami!» No. «Non ti importa nulla di me? Non vedi che sto male? Non ti importa nulla?» «Hai la febbre. Stai delirando.» «Si, certo… deliro.» Sbottò incazzato. Lo sentii sdraiarsi nuovamente e chiudere gli occhi. Avrebbe dormito e sarebbe finita lì… ma per me no, la parte più dura arrivava in quel momento, in quell’istante in cui regnava una volta per tutte il buio, in cui il mio corpo era caldo e vicino al suo che era nudo e nemmeno se n’era accorto. La parte dura sarebbe arrivata e io l’avrei affrontata così: seduto a gambe incrociate su di un letto, la testa tra le mani, gli occhi serrati e le orecchie tappate. Se la tentazione e il dolore avessero bussato alla mia porta, non me ne sarei mai accorto.
Parte Terza Echo.
Bill uscì nella neve. Faceva freddo. Aveva la febbre. Nevicava febbre. Si chiese più volte dove sarebbe potuto andare, tuttavia si rispondeva sempre ponendosi la medesima domanda: che senso poteva avere “andare”? Stava impazzendo, perché l’amore faceva impazzire quanto l’odio, forse di più. Ad ogni passo i suoi piedi rigidi e doloranti sprofondavano di qualche centimetro in più verso il centro della terra, verso un baratro dal quale non aveva speranze di poter uscire. Nella luce splendente di un giorno che non si curava di lui, Bill si concesse uno sguardo a ciò che lo circondava: non pensava ci fossero così tanti alberi attorno alla baita. “Sempre verdi” li chiamavano… ma di verde non avevano proprio più niente: la neve stava in equilibrio precarissimo sugli ampi rami, piombando a terra con frequenza, pesantemente. A poche decine di metri da casa qualcosa lo colpì violentemente sulla schiena e sul collo facendolo atterrare sulle ginocchia con un gemito sommesso. Si portò una mano alla nuca, all’attaccatura dei capelli. Non poteva massaggiarsi il punto ferito, poiché le dita erano stritolate in una morsa gelida di indifferenza a qualsiasi tipo di stimolo. Si osservò la mano, sporca di rosso scarlatto in più punti. Odorava di organico metallico. Con inaspettata lucidità, analizzò la situazione: gli erano caduti addosso un ramo e della neve… anzi, no… una lastra di ghiaccio. Bill cominciò a piangere, si sentiva tradito dalla natura così bella che fino a poco prima stava ammirando. Aveva paura, proprio nel momento in cui era finalmente riuscito nel suo intento di restare solo. Decise di fare l’unica cosa possibile in quel momento: chiamare la persona che amava, l’unica che avesse mai amato. L’ultima che avrebbe amato. «Tom.» Gli rispose solo l’eco. «Tom! Tomi aiutami…» Con fatica, singhiozzando, si alzò in piedi. Girò più volte su sé stesso alla ricerca di una traccia, una via da percorrere. Dimenticava: non c’erano strade, né sentieri, né punti di riferimento. Non c’era una via giusta o sbagliata. Sempre piangendo si trascinò fino ad un abete immenso, molto, troppo carico di neve. Bill la guardò e sorrise. Si mise proprio sotto a un grande ramo. Lo sentiva scricchiolare sotto l’eccessivo peso. Disse mentalmente addio, sovrastò l’eco della sua voce. Faceva freddo. Aveva la febbre. Cadde la neve.
{ Tom } Mi sveglio la notte e mi domando come io possa avergli fatto tanto male senza sfiorarlo nemmeno… la mia pecorella smarrita in sé stessa, nel proprio personale labirinto di bugie e paranoie, quel labirinto al quale io ero miracolosamente fuggito. Ci furono tante cerimonie, inviti da ogni dove, pubblicità, lettere, disperazione. Erano tutti dalla mia parte… Io, il chitarrista improvvisamente rimasto solo. Io, fratello di un morto. Io innocente. Io fragile. Io amato da tutti. Eppure ancora oggi nemmeno il sole più cocente riesce a scaldarmi. Il freddo mi accompagna. Il gelo è diventato l’unico amico della mia febbre. Vedo un po’ di lui in ogni sguardo.
THE END.Edited by ~RyoOmochi - 6/9/2009, 15:17 |